| Chiesa B.V. Assunta |
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Sulla cima del colle, accanto all’antico castello, da molti secoli si erge e domina la vallata la chiesa di Turbigo: da piccola cappella rurale, a parrocchiale, fino ad arrivare all’attuale “basilica” neoromanica. Alla fine del Duecento Turbigo era un piccolo borgo nel quale vivevano solo poche decine di persone, ma già era attestata la presenza di due chiese: l’ecclesia sancte marie e l’ecclesia sancti damiani. Santa Maria era utilizzata dagli abitanti della parte “superiore” del paese, mentre San Damiano serviva per quelli di Turbigo “inferiore”. La duecentesca chiesa di Santa Maria, che alla fine del Quattrocento avrebbe ottenuto la dignità di parrocchiale, rimase pressoché immutata per parecchi decenni. Alcuni interventi sono registrati nella seconda metà del Cinquecento, per arrivare alla quasi totale ricostruzione della navata centrale nel XVIII secolo. Ma la struttura architettonica, parzialmente ampliata ancora negli anni Venti del Novecento, continuava a essere troppo angusta per il fabbisogno della popolazione. Si fece strada, poco alla volta, l’idea di costruire un nuovo edificio. Il 23 e 24 marzo 1935 l’arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster, compì a Turbigo la Visita pastorale. “Terminate le prime funzioni, Sua Eminenza col clero, colle autorità e con tutto il popolo - scriveva il parroco Edoardo Riboni - si portò in alto, cioè nel terreno della parrocchiale, e pose la prima pietra della nuova chiesa e terminò questa suggestiva cerimonia con un forbito discorso”.
“La nuova chiesa - annotava sempre don Riboni - venne costruita in undici mesi suscitando le meraviglie di tutti e anche di Sua Eminenza. Demolita la vecchia, nel mese di luglio 1935 si gettarono le fondamenta e, nella festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo del 1936, venne consacrata”. Progettista fu l’ingegnere Giovanni Maggi, mentre l’impresa edile fu quella del cavalier Emilio Bollazzi di Lonate Pozzolo. “Il nostro Sig. Prof. Carlo Bonomi, pittore e scultore - aggiungeva ancora don Riboni - prestava l’opera sua di assistenza”. La solenne consacrazione della chiesa, in accordo con il cardinale Schuster, avvenne il 29 giugno 1936. La chiesa era terminata, si trattava ora di abbellirla e l’occasione favorevole si presentò nel 1943, con il quarantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale del parroco. Per la felice circostanza i Turbighesi donarono alla chiesa un paramento completo bianco, la Via Crucis in legno scolpito e il pavimento in marmo. Nel giugno 1944 il pittore Mario Albertella iniziò la decorazione ad affresco delle volte. I lavori di abbellimento furono terminati l’anno seguente e ottennero un lusinghiero giudizio anche da parte del cardinale Schuster durante la Visita pastorale dell’11 e 12 maggio 1946.
Caratteristica dominante della chiesa parrocchiale, che risulta essere anche un pregio, è la sua uniformità stilistica; fortunatamente gli oltre sette decenni trascorsi dalla sua costruzione non hanno eccessivamente snaturato lo stile neoromanico pensato dal progettista. Nel 1969, avviando un intervento di pulitura della chiesa, don Lino Beretta pur condividendo il pensiero espresso da molti di cancellare buona parte degli affreschi ad eccezione di quelli del catino absidale, decise invece di “alleggerire” la decorazione solo in alcuni punti e di procedere al restauro e alla conservazione dei dipinti voluti dal suo predecessore. Proprio in quest’occasione furono commissionate ad Aristide Albertella, erede della “bottega” del padre Mario, le nove vetrate che ornano le navate laterali. Anche se la storia non è stata molto clemente con il patrimonio artistico del paese, e in modo particolare con la chiesa parrocchiale, a tramandare il suo glorioso passato sono, comunque, rimaste alcune preziose testimonianze. Prime tra tutte i due dipinti, collocati nella navata sinistra, raffiguranti Santa Felicita e Sant’Agata. Durante le fasi di pulitura della tela di Santa Felicita è emersa in maniera chiarissima, oltre al cartiglio della sottoscrizione popolare e alla data, la firma del pittore: Melchiorre Gherardini (1607-1668), discepolo nonché genero del Cerano a cui gli succedette nella direzione della bottega, conquistandosi il soprannome di Ceranino. Purtroppo dalla pulitura dell’altro dipinto non è emersa alcuna data o firma, pur rimanendo indubbia la datazione alla prima metà del XVII secolo. Proseguendo la “visita” si arriva all’altare della Madonna addolorata, benedetto dal parroco Galbussera nel 1760 e ricollocato nella nuova parrocchiale, mentre a coronamento della navata destra si trova un altro altare proveniente dalla vecchia chiesa; la cappella, oggi dedicata al compatrono del paese San Vincenzo Ferreri, era un tempo intitolata alla Madonna del rosario e ne ospitava la statua acquistata alla fine dell’Ottocento dal parroco Bossi e oggi conservato nella Casa di riposo “Sant’Edoardo”. Infine, sempre nella navata destra è esposta l’antica pala d’altare della Madonna assunta: un’opera di notevole dimensioni, piuttosto rovinata ma assai interessante, strettamente confrontabile con un cartone preparatorio realizzato dal pittore Giuseppe Giovenone il giovane, figlio del più celebre Gerolamo e cresciuto sotto l’influsso della scuola di Gaudenzio Ferrari.
Passando, invece, alla scultura, l’opera più interessante è il seicentesco busto in legno policromo raffigurante l’Ecce homo. Per concludere, infine, meritano un accenno i dipinti appesi alle pareti della sacrestia; oltre a quattro immagini degli Apostoli, alla Flagellazione di Gesù Cristo e al San Vincenzo Ferreri di Baldassarre Verazzi, pregevolissima è la tela della Madonna immacolata, acquistata dal parroco Pietro Bossi e attribuita, come lui stesso ricorda nelle Memorie storiche, addirittura a Lorenzo Lotto, come pure il dipinto di San Diego inginocchiato davanti al Crocifisso con la scena di un avvenimento “prodigioso” accaduto al cardinale Flaminio Piatti.
PAOLO MIRA
PAOLO MIRA, La Chiesa della Beata Vergine Assunta di Turbigo, Turbigo, Parrocchia B. V. Assunta, 2003.
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